Arrivai a Roma un soleggiato pomeriggio di giugno, assopito dal rumore dell’aereo e dal dondolio del treno di Fiumicino. Le strade erano piene di cartelloni: Veltroni-Alemanno, Alemanno-Veltroni: annunciavano la prossima gara elettorale al comune; la città era pronta per una notte di passeggiate perdute, via dei Fori Imperiali al riparo del Colosseo illuminato, martini bianco e gelati di stracciatella nei tavolini all’aperto di piazza Navona, la fontana come testimone imperturbabile; tutto pronto per la festa nottambula nel Testaccio: musica e ballo, adulazione e spreco di vanità in una mostra campionaria di vestiti “in”, alla moda. Camminando assaporavo i segreti della Circonvallazione Ostiense, fino via Cristoforo Colombo, e si mostrava a destra la Garbatella, il primo quartiere che voleva essere scoperto da me. Perdersi nelle strade, conoscere ad ogni passo un nuovo angolo, una nuova prospettiva, un attimo irripetibile della vita della sua gente: i Romani del secolo XXI, indolenti e burloni, ma al tempo stesso calorosi e accoglienti. Irripetibile il fascino di scoprire la città, la sensazione di far ogni passo per la prima volta, di percepire ogni vista delle sue strade, provocando di continuo una sensazione esclusiva.
La Garbatella, il quartiere venuto fuori nel periodo del “ventennio”, inizialmente pensato con le idee della città giardino inglese di Howard, collegata con le impostazioni dei socialisti utopisti come Owen. Malgrado le differenze rispetto al progetto iniziale, ancora oggi esso è percepibile in qualche lotto, come in piazza Benedetto Brin, il primo edificato, il modello di villa di campagna nella città, di tre piani alzati al massimo, con cortili all’interno destinati a orti, fino agli alberghi suburbani posteriori di piazza E. Biffi, rivolta alla popolazione “esiliata” dal centro storico dalla borghesia fascista. La Garbatella lascia in mente uno sprazzo di tipologia di progettazione più “umana” rispetto a tutto quello che poi siamo riusciti a fare nelle nostre città. Non ho trovato a Barcellona niente di simile, e mi manca. Roma è una delle città, considerando l’intera estensione comunale, delle più grandi in Europa. Quindi la zona urbana è cresciuta senza risparmiare spazio; si sente nella sua configurazione, offrendo delle combinazione infinite. Dal proverbiale caos del centro storico fino la serenità della campagna, tutto combinato in una città di oltre duemila anni, il che ci offre vivenze irrepetibili: dal paesaggio duro, proprio urbano, da via Cristoforo Colombo, e attraverso via delle sette Chiese fino largo Martiri delle Fosse Ardeatine, circondato di vegetazione, appunto imboscato, e nel percorso, le catacombe di Domitilla e San Callisto, poi via Ardeatina fino a “Domine, Qvo Vadis?”; da quel punto via Appia Antica, dove due mila anni fa sfilarono le legioni Romane, per arrivare a Porta San Sebastiano (antica porta Appia) e ancora, per viale di Porta Ardeatina fino a largo delle terme di Caracalla: un percorso forse semplice, ma unico nel mondo, esclusivo. E alle terme di Caracalla immergersi nelle rovine (chi ha detto che è impossibile viaggiare nel tempo?). La storia millenaria ti avvolge e trasloca in una dimensione irreale. Appunto come al Circo Massimo, quella spianata immersa nella città, con testimone della visita il Palatino, forse il luogo di Roma dove il tramonto diventa più evocativo; la serenità si sente arrivando a piazza di Porta Capena, ove c’è disegnato un curioso paradosso: il rumore della città odierna all’ombra dei tempi lontani. E come no, scoprire la città antica, il centro storico, magari il centro più storico di tutti i centri: rione Ripa, Bocca della Verità, Campitelli, area Sacra Argentina... quasi si sente ancora il lamento di Giulio Cesare. Piazza Venezia: quella pazzia; in fondo, la pesante presenza del Vittoriano e gli echi della storia millenaria: il Foro, via dei Fori Imperiali e infine…il Colosseo; la città eterna di Orazio, i passi perduti e lo sguardo agitato; il cuore e l’ essenza della città cantata da tanti autori, in tutti i tempi. Ma nel traguardo non solo c’era la città storica. Volevo conoscere la Roma non raccontata alle guide turistiche. Scoprire quel mondo al di là delle mura. I quartieri di Roma forse sono tanto simili ai quartieri di qualsiasi altra città: vie con linearità ripetuta, gli imbottigliamenti installati nella normalità, il traffico anonimo: Primavalle, Gianicolense, Aurelio, Delle Vittorie; e dall’altra parte via Nomentana fino Monte Sacro; Pietralata, Centocelle, Tuscolano… macchine che cercano il loro luogo, cercano il buco che non c’è più. Tutta la città piena di pannelli con Veltroni-Alemanno, Alemanno-Veltroni e i nasoni con l’acqua perpetua, ancora patrimonio della città e dei suoi visitatori. Il lato più prosaico di Roma di fronte alla poesia eternamente ripetuta dei monumenti, delle vie tante volte attraversate con i suoi sampietrini, con i suoi edifici vecchi, brutti, eleganti. A Roma pure c’è il suono della città programmata, quei quartieri, direi, artificiali, disegnati come esempi, però tante volte con soluzioni, almeno, discutibili. Nel quartiere Europa (EUR, detto all’inizio E42), la pianificazione semplificata è diventato semplicismo urbanistico (lo voglio dire in senso dispreggiativo): troppa magnificenza, troppa pompa; troppi edifici amministrativi, troppo viale (Europa), e infine troppo lago, anche artificiale, fuori scala; la cupola di San Pietro e San Paolo... pura scenografia per un ventennio che non fu, quasi surrealista (ecco sì, Felliniana). Comunque sempre c’è qualcosa ammirabile, sempre: interessante il razionalismo del Colosseo quadrato. Camminare, percorrere Roma; una vera sfida in una città smisurata, infinita. Come arrivare al Tevere da Villa Borghese senza attraversare via Flaminia, via Savoia, piazza del Popolo, viale d’Annunzio o Trinità dei Monti? Seduto nei giardini fronte alla facoltà di architettura, nella tranquillità di villa Borghese, mi venne in mente una bella passeggiata. Da piazzale Brasile facendo il giro di tutto il parco; e ancora: evitando viale Bruno Buozzi fino l’Auditorium, stadio Flaminio e piazzale Manila. Per Fracassini fino a lungotevere Flaminio; e camminare accanto il fiume, con l’acqua in movimento perpetuo, sempre presente nella storia e la vita di Roma. La regia presenza di via Pinciana, via G. Paisiello, Rossini fino piazza Ungheria. Si vedono dei Porsche... e un Ferrari (ma anche qua se ne vedono pochi!), i tavolini all’aperto di gran classe, attraverso viale dei Parioli e Maresciallo Piduldsky fino il parco della musica. L’Auditorium di Renzo Piano, criticato come tutte le opere osate, e attaccato lo stadio Flaminio, circondato di vegetazione. Si vede il Tevere… lungotevere Flaminio, delle Navi, ministero della Marina; e ancora lungotevere: Arnaldo da Brescia, in Augusta, Marzio, ponte Umberto I; il Palazzaccio imponente sull’altra riva, Tor di Nona e infine Castel Sant’Angelo. Il fascino del Tevere, e accanto la città antica onnipresente. Quel labirinto di strade, quello sciame cosmopolita. L’addio, il commiato, quella cerimonia ripetuta a Roma mille, milioni di volte. Quell’estate fu per me un addio malinconico, simile a una relazione amorosa impossibile. A spasso in Castro Pretorio, subivo la malinconia che viene quando ti ricordi di qualcosa che si trova lontano. Nel tramonto il sole arrivava negli angoli più acuti, quelli impossibili. Si sentiva un canto, una melodia lontana che resta fissa in mente. Nel commiato, gli edifici, il profumo perpetuo della città e nel pensiero la voglia del ritorno, il ritorno alla città eterna per scoprire continuamente la essenza e l’anima di Roma. Alvaro Sebastián - 2007 -
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